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ott 24

Il Fungo dell’Esca.

Il Fungo dell’Esca (Fomes fomentarius) è una bella specie parassita di faggi e querce (cerri in particolare ) che incontro spesso nelle mie escursioni per i boschi lucani, sopratutto quelli meglio conservati, pochi ormai, dove sopravvivono i grandi alberi che una volta era facile incontrare nella nostra regione, vestusti cerri e possenti faggi ultrasecolari che naturalmente morivano dopo secoli di vita, luogo ideale per questa bella specie che vive proprio a carico dei soggetti indeboliti dal tempo e dalle malattie. Come altre specie simili, viene anche chiamato fungo a mensola proprio per la caratteristica forma e per il fatto di vivere sui tronchi degli alberi (può raggiungere anche i 50 cm di diametro). Di consistenza legnosa, è anche commestibile, ma proprio per la durezza dei suoi tessuti non è usato per scopi alimentari.  Più interessanti sono i suoi utilizzi, soprattutti passati, infatti, questa bellissima specie, ornamento degli alberi secolari, morti o in via di decadimento e simbolo delle foreste naturali, ha molto da raccontarci; l’Uomo nel passato lo utilizzava come esca  per accendere rudimentali fuochi (il nome latino  fomes vuol dire proprio Esca e nel “bagaglio” di Otzi, l’Uomo di Similaun, ne sono stati trovati dei piccoli pezzi) ma anche come anti emorragico e persino come affilatore di lame. Interessantissimo il cosìddetto fenomeno del Geotropismo, quando il fungo cade al suolo assieme al tronco o al ramo dell’albero parassitato, continua a vivere trasformandosi in saprofita (cioè vive a spese del legno morto) e per far si che le spore possano essere diffuse, il fungo fa in modo che la parte fertile sia sempre parallela al suolo, rigirandosi e cambiando direzione, come dimostrato anche dalla mia foto. Grazie Natura.

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ott 24

Autunno 2010.

Siamo nel cuore dell’Autunno e tante belle ed entusiasmanti escursioni hanno caratterizzato questa magica stagione. Sono tornato per due volte sul Pollino, nonostante il parco nazionale più importante della nostra regione sia considerato alla stregua di un luna park e le gravissime ripercussioni che questa unica area protetta potrebbe accusare, preferisco non immaginarle. Ebbene, proprio il Pollino riesce a regalarmi grandi emozioni e soddisfazioni: il panoramico Anello del Tappaiolo al confine con la Calabria con i suoi verdissimi e lussureggianti boschi di ontani ed aceri, ricchi di pascoli  e panorami mozzafiato; poi l’escursione a Serra di Crispo attraverso la nuova e fantastica  Cresta Nord Ovest, tra magnifici e giganteschi pini loricati, abeti bianchi rupicoli, rocce a strapiombo ed inghiottitoi, che le leggende popolari narrano come luoghi di rifugio dei briganti lucani che dopo l’Unità d’Italia misero a ferro e fuoco tutto il massiccio. (a testimonianza di questo periodo è rimasto il toponimo di Timpa del Ladro che si affaccia come un balcone su Piano Iannace, il luogo dove pare che il capo banda Antonio Franco nascondesse le sue vittime in attesa di ricevere il riscatto). Sulla cima di Serra di Crispo è stata davvero interessante l’osservazione di nutriti gruppi di vocianti crocieri (Loxia curvirostra) che volavano tra le cime dei centenari loricati; il maschio è di un bel colore rosso mattone, mentre la femmina ha colori tendenti al verdastro. Abitante delle foreste di pini (ma anche peccete dove queste sono presenti) è tipico per il becco dalle mandibole incrociate appositamente modificatosi per l’estrazione dei semi dalle brattee dei coni. Sarebbe molto interessante capire se sul Pollino risulti nidificante, visto che la sua presenza sull’Appennino meridionale è localizzata a poche aree non troppo distanti dal nostro massiccio, ma le conoscenze sull’avifauna e più in generale della Natura del Pollino risultano estremamente scarse, evidentemente si preferisce puntare sulla politica delle lobbies, del cemento, dei boschi sfruttati invece di essere conservati, delle strade asfaltate  ed altre follie…Anche il parco nazionale dell’Appennino lucano ha svelato alcuni dei suoi segreti, nonostante anche qui la Natura non sia propriamente al primo posto (faggi secolari tagliati, motocrossisti imperanti…). La meravigliosa zona di Pietra del Tasso con i suoi boschi di faggi, cerri ed aceri dai colori autunnali, i vecchi tassi abbarbicati sulle rocce ed i lucenti e verdissimi agrifogli, e poi ancora, solitari e magici valloni boscosi, con stupende e verticali architetture di roccia che fanno capolino nel bosco. Nuovi sentieri ho scoperto, spero possiamo tutti riscoprire quanto la Natura sa regalarci ma non apprezziamo fino in fondo….

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set 22

Il Bosco La Bufata.

Domenica 19 Settembre 2010. Un’altra indimenticabile giornata di escursionismo e Natura alla scoperta di una delle tante bellezze, sconosciute o quasi, della Basilicata, il Bosco della Bufata in territorio di Abriola,  circa 500 ettari di verde posto tra le pendici meridionali della Serranetta ed i versanti orientali di Monteforte ove sorge l’omonimo santuario meta di un antico pellegrinaggio. L’inizio del percorso è in località “Lagaroni” a circa 1.200 mt.slm.al confine tra i comuni di Pignola ed Abriola, da dove, seguendo un antico sentiero ancora oggi utilizzato dalla mandrie di podoliche, si raggiunge un vecchio casino forestale ora utilizzato dai pastori come ricovero per gli animali. Continuando a scendere lungo il  sentiero che man mano tende a sfumare in una semplice traccia, si giunge al suggestivo Fosso di Valle di Nauro, alimentato dalla copiosa sorgente delle Brecce, quindi un bel sentiero a mezza costa tra cerri, meravigliose roveri, faggi ed aceri, carpini ed olmi montani che conduce nei pressi di un ripido costone roccioso da dove si inizia a perdere decisamente quota per raggiungere il quasi pianeggiante Fosso della Fagosa, dove inizia il vero e proprio bosco della Bufata. (in questo tratto di bosco misto non è difficile ascoltare le diverse specie di picchi e  di passeriformi che abitano la foresta).  Qui si interseca una bella ed antica mulattiera lastricata che permetteva i collegamenti con la Fiumarella di Anzi ed il fondovalle, quando il bosco, più di oggi, doveva essere frequentato dalle mandrie di mucche, ma sopratutto dai boscaioli e dai carbonai che sfruttavano le ingenti risorse della foresta. La mulattiera corre accanto al tranquillo ruscello della “Fagosa” dove si possono ammirare   grandi carpini bianchi, aceri d’Ungheria e campestri, faggi secolari, folte cortine di noccioli e nelle zone più acquitrinose, anche ontani neri, dalla tipica forma piramidale. La vegetazione è quella caratteristica delle forre montane fresche ed umide, dove grazie alla particolare conformazione orografica della vallata ed alle ripide pendici che la circondano, al faggio si uniscono altre specie forestali molto esigenti in fatto di suolo e nutrimenti ma che al giorno d’oggi sono meno frequenti di un tempo e che qui fanno concorrenza al più dominante faggio (la zona è ricca di luoghi umidi frequentati dai cinghiali dei quali si notano le evidenti tracce).  Ad ulteriore testimonianza  della ricchezza del sito, vi è la presenza del raro Acero riccio (Acer platanoides) una pianta molto rara in Basilicata e che trova rifugio in poche aree forestali dal clima particolarmente freddo ed umido. A proposito del nome “Bufata”, il toponimo deriverebbe dal verbo “bufare” utilizzato localmente  in alcune aree appenniniche e che attesta la particolare nevosità di un sito (bufare sta per nevicare con forte vento) come doveva essere soprattutto nel passato il bosco in questione, la Bufata di Abriola per l’appunto (in altre regioni italiane il termine indica la notevole piovosità di un luogo) comunque in entrambi i casi,  la  foresta della Bufata sarebbe un bosco dal clima fresco ed umido e per questo ricco di acqua,  grazie alla tanta neve che il vento riesce a depositare in loco  ed anche alla favorevole esposizione ai venti che provengono da oriente. Una volta lasciato il Fosso della Fagosa (Fagosa è sinonimo di faggeta) si può raggiungere la località Acqua La Corte preceduta dall’omonima e fresca fontana con pilaccio. Di quì si può proseguire in forte salita attraversando una zona di pascoli e boschi cedui (c’è solo lo spiacevole inconveniente  di alcune recinzioni da superare chiedendo  la necessaria autorizzazione ai pastori che di solito sono in zona ….). Al termine della salita si raggiungono i pascoli ed i felceti di Piano Capriolo (interessante toponimo che ricorda la passata presenza di ungulati selvatici assieme a quello delle Murge di Cervo, nei pressi della Bufata). Dalla cima si gode un  ampio panorama su una vasta area della regione e su alcune cime dell’Appennino lucano. Ridiscesi dalla vetta, si segue un bel sentiero che costeggia un bosco ceduo di querce dove in Estate si può ammirare il bellissimo Garofano del Vulture (nuovo sito per la Basilicata) mentre sulle rocce della vetta è possibile ammirare la rara Achillea lucana, una piccola e delicata “margherita” endemica della nostra regione. Continuando a scendere di quota,   il bosco ritorna protagonista ed i faggi ed i cerri d’alto fusto ci accompagnano sino al valico della Sellata dove ha termine l’escursione. Per ritornare al punto di partenza è necessaria un’altra vettura precedentemente lasciata al valico della Sellata. Alcuni dati del percorso: sviluppo del percorso 10 Km; dislivello in salita 650 metri circa, dislivello in discesa circa 600 metri circa. Punto più alto del percorso: Monteforte 1.444 mt.slm. Punto più basso: Fosso della Fagosa 920 mt.slm. Sorgenti: Acqua La Corte.  Difficoltà: E. Tempi di percorrenza: circa 6 ore.

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ago 30

Monte Zàccana.

Tra le escursioni di questa estate 2010, senza dubbio una delle più interessanti è stata quella effettuata sul Monte Zàccana nel Parco nazionale del Pollino, in territorio di Castelluccio superiore (PZ)  a cavallo tra le valli del Sinni e del Mercure. Vetta poco conosciuta sia dal punto di vista escursionistico che naturalistico, rappresenta senz’altro una delle perle del Pollino assieme al vicino Monte La Spina con la quale forma un unico massiccio montano, nonchè una delle più interessanti aree wilderness della Basilicata. Compresa nella Zona 1 del parco ed in futuro, seppur pazialmente, nell’area di tutela integrale, raggiunge i 1.580 metri sul livello del mare, ed è ricoperta quasi interamente da belle faggete a cui si associano aceri di varie specie (lobel, d’Ungheria e montano) ma anche il Maggiociondolo alpino, il Salicone, querce, tra cui la rara Quercia di dalechamp ma anche rare orchidee come la Epipactis schubertiorum, arbusti come la Daphne spatolata, il Caprifoglio alpino ed il Ramno alpino. La fauna vede la presenza del Lupo, le cui tracce abbiamo potuto constatare direttamente durante l’escursione. L’avifauna forestale vede la presenza della Cincia bigia, del Rampichino alpestre e dei picchi (rosso maggiore e verde) ma chissà quante sorprese ci potrà riservare tale area, d’altronde poco studiata e conosciuta, nonostante si tratti di un Sito di importanza comunitaria e faccia parte di un’area protetta nazionale. Ad arricchire ancor di più questa montagna, vi è la presenza del Pino loricato, infatti, qui e sul Monte La Spina, a differenza del vicino massiccio del Pollino, sono pochi gli esemplari secolari che si rifugiano sulle pareti rocciose; la famosa conifera venuta dall’oriente forma su queste selvagge montagne, quasi dei boschi, in alcuni casi puri e dotati di grande vigore ed elevati tassi di crescita, in parte favoriti dalla morfologia accidentata, ma sopratutto dalla diminuizione del pascolo e da alcuni fattori,  quali un grande incendio del 1948 che durato più di un mese, ha favorito il pino sul faggio, che stenta ad insediarsi sulle nude e rocciose pendici, dove  invece questa bellissima conifera si inserisce a gruppi ed a strisce scendendo fino a quote molto basse  (circa 800 mt.slm).  Non di meno importanti sono i fenomeni carsici, con doline ed inghiottitoi, favoriti dalla natura calcareo-dolomitica  del massiccio montuoso e dal microclima fresco e molto piovoso. Ai piedi della montagna, in zone private del manto forestale, ci sono suggestivi e bianchissimi calanchi che scavano profondi solchi tra rocce più tenere. Qui, in un paesaggio quasi lunare, tra macchie di  lecci, faggi, pini loricati, ginepri, aceri, carpini, ontani e querce, vive la bellissima Epipactis atropurpurea, una rara orchidea che vegeta direttamente su suolo minerale. Poco lontano dal Monte Zàccana e posta in una suggestiva posizione che domina la valle del Mercure, si trova la piccola cappella della Madonna del Soccorso, meta di un periodico pellegrinaggio da parte degli abitanti di Castelluccio superiore, che raggiungono la montagna attraverso un antico percorso.

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lug 23

Averla capirossa nidificante.

Il 22 Luglio 2010 è stato il giorno per un’altra bella scoperta, questa volta nel Parco regionale della Murgia Materana; una coppia di Averla capirossa (Lanius senator) una delle tre specie di averle nidificanti in Basilicata, le altre due sono l’Averla piccola e l’Averla cenerina. Questa bella specie,  oramai sempre più rara anche da noi, è caratterizzata da coda lunga, parti superiori nere con evidenti “spalline” bianche  e dalla parte superiore della testa rossa (nella femmina tale colore è  leggermente meno brillante) mentre il giovane dell’anno è caratterizzato da fitte barrature e dalla mancanza di rosso sulla testa. Tipico, come gli altri rappresentanti di questo genere, è il becco dotato di punta incurvata verso il basso utilizzato per catturare grossi invertebrati di cui si nutre e che spesso vengono infilzati ai rami spinosi di arbusti come rose canine, prugnoli o biancospini, utilizzati anche come posatoi di caccia e siti di nidificazione e che diventano veri e propri magazzini dove poter successivamente utilizzare quanto cacciato in precedenza. L’Averla capirossa è uno di quegli uccelli tipici di ambienti sempre più rari in Europa, frequenta infatti, ambienti ecotonali, cioè di transizione come piccoli boschetti, siepi, frutteti, circondati da zone più aperte in cui cacciare. Tali habitats naturali  sono purtroppo sempre più  minacciati da vari fattori, come la loro modificazione,  ma anche da altri pericoli, quali l’abbandono delle campagne oppure un utilizzo troppo intensivo delle colture agricole che spesso influiscono negativamente sulle popolazioni di averle.  Aver trovato una coppia che nidifica nell’area della Murgia materana è senza dubbio un segnale incoraggiante e che fa ben sperare per il futuro, visto che in mancanza di fattori di disturbo questa piccola averla mostra alta fedeltà al sito di riproduzione. L’Averla capirossa sverna in Africa a Sud del Sahara e ritorna da noi per nidificare tra Marzo e Maggio.

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