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mar 01

Il Picchio rosso mezzano.

Tra le specie dell’avifauna presenti in Basilicata, il Picchio rosso mezzano ha sicuramente un posto di primo piano per la rarità e l’importanza che tale picide riviste all’interno di questa pur interessante famiglia di uccelli. Presente dal Vulture fino al Pollino, il Picchio rosso mezzano (Dendrocopos medius) è diffuso in diverse foreste lucane, in prevalenza boschi di Cerro, ma anche cerrete miste a Faggio ed Abete bianco (Pollino e Laurenzana). Denominatore comune di queste aree boschive è comunque una struttura forestale che conservi una certa naturalità, con la presenza di piante secolari o sufficientemente mature sulle quali questo picide può trovare il necessario nutrimento durante tutto l’anno. Fattore importante è  anche la presenza di piante marcescenti o secche nelle quali questo bellissimo e timido picchio può scavare i fori di nidificazione (uno per ogni anno a volte utilizzando la stessa pianta) visto che non è dotato di un becco particolarmente forte per scavare su piante vive. Essenzialmente legata alle grandi estensioni di querce delle quali la Basilicata è ancora ricca e sulle quali riesce a trovare gli insetti di cui si nutre, il Picchio rosso mezzano può essere facilmente individuato nel periodo riproduttivo (di solito da Gennaio a Giugno) quando emette il caratteristico “canto” un tipico lamento che ad un orecchio poco esperto  può ricordare quello di un rapace (traducibile in un cuaeae). Altro verso caratteristico è il tipico e lento ghe-ghe-ghe emesso tutto l’anno ben diverso dalle vocalizzazioni di altri picchi.  Una singolare abitudine del Picchio rosso del mezzano, è la quasi totale mancanza del tambureggiamento come mezzo di delimitazione del territorio (diversamente dagli altri picchi rossi), inoltre il becco non particolarmente forte serve più per ricercare  gli insetti di cui si nutre sulle cortecce evitando quelli che invece vivono all’interno del legno (a tal proposito le piante devono avere cortecce rugose come ad esempio quelle delle querce più vetuste sulle quali spesso si posa orizzontalemnte assumendo atteggiamenti più da passeriformne che da picchio). Sebbene in apparenza simile al Picchio rosso maggiore, se ne distingue per alcune precise caratteristiche: innanzitutto dimensioni leggermente inferiori, vertice interamente rosso (nel maschio le piume del capo vengono spesso sollevate quando allarmato), guance tutte bianche con fascia auricolare incompleta, becco più corto e sottile, sottocoda rosa chiaro, spalline bianche più piccole e strette ed infine pancia e parti laterali striate. I sessi sono simili. In molte zone d’Italia è una specie rarissima o addirittura scomparsa a causa della distruzione degli ambienti naturali di cui questa specie ha bisogno per sopravvivere. Alcune popolazioni sopravvivono nell’Appennino centro-meridionale in particolare sul Gargano ed in Basilicata dove, almeno nelle foreste più naturali e meglio conservate non passa inosservato, anzi risulta più comune e diffuso di altri picidi. Il Picchio rosso mezzano, una preziosa testimonianza di foreste di altri tempi, sempre più rare ed introvabili, un motivo in più per difenderle. Il mio picchio preferito!

 

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picchio-rosso-mezzano

Picchio rosso mezzano allarme Montepiano

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feb 17

Il Binario di Sopra.

Un’altra bellissima giornata trascorsa con le racchette da neve, questa volta  tra il Monte Volturino ed il Monte Saraceno nel territorio di Calvello (PZ) nel tratto compreso tra le sorgenti di Colantonio e la zona di Lago Cifone, all’interno di splendide faggete arricchite da agrifogli, tassi,  aceri, cerri e carpini, ma anche tra pianori e belle formazioni rocciose, ruscelli e ferrovie!!! Si, ferrovie, infatti una parte del percorso (circa 1,5 Km) ha seguito il vecchio tracciato di una piccola ferrovia del tipo “Decauville”, costruita durante gli anni ’20 del secolo scorso e che univa il Bosco Autiero al Fosso Varlanza (il primo tratto fino al Lago Cifone prendeva il nome di Binario di Sotto, quello lungo i fianchi del Volturino, invece, era il cosiddetto Binario di Sopra). Il nome di questo genere di ferrovie mobili, vere e proprie testimonianze di archeologia industriale, deriva dal nome del francese Paul Decauville (1846-1922) a cui si deve l’ideazione di queste strutture molto agili e facili da montare e smontare, utilizzate nel settore minerario ed edile, ma anche in quello dello sfruttamento delle foreste. Le ferrovie a scartamento ridotto (erano larghe non più di 60 cm.) furono costruite in luoghi a volte impervi ed inaccessbili sfruttando il più delle volte le curve di livello, in luoghi davvero impensabili per i nostri giorni. Altre e più note testimonianze di queste ferrovie nell’Italia meridionale le ritroviamo sul Gargano, Pollino, Monti di Orsomarso e la Sila (Bosco del Gariglione). I convogli erano trainati da piccole locomotive in genere alimentate a diesel, ma anche a vapore o elettricità (a volte però anche da muli) lungo tracciati  con pendenze molto limitate e con poche ed essenziali opere accessorie, al massimo venivano costruite opere di sostegno lungo i punti più delicati, come muretti in pietra o piccoli ponti; le traversine erano di solito in legno di quercia ed erano distanti tra di loro 80-100 cm. Altro probabile toponimo testimone dell’intenso sfruttamento delle foreste del Volturino, è quello della località “Il Bilico” posto ai piedi della Serra di Calvello, probabilmente era la zona in cui sostavano i carrelli che trasportavano i tronchi di faggio, i bilici, vale a dire i piccoli vagoni basculanti oppure, altra ipotesi, era la località nella quale avveniva la pesatura del legname. In Basilicata l’opera di questo tipo più famosa è la Rueping, il percorso ferroviario che da Piano Iannace arrivava fino al Piano di Cardone in territorio di Terranova di Pollino. Resta il fatto che il Binario di Sopra è un itinerario escursionistico tra i più belli e suggestivi del Parco nazionale dell’Appennino lucano. In Primavera non vedo l’ora di tornarci….

 

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feb 09

Sulla neve all’Abetina!

Ci sono luoghi che ami più di altri! Uno di questi è l’Abetina di Laurenzana, qui prese piede il mio amore per i boschi e per gli abeti bianchi, qui, oltre che sul Pollino, iniziai a cercare sentieri e luoghi da scoprire della mia amata Lucania, terra ricca di bellissime foreste, molto lontana dagli stereotopi dai quali  è spesso circondata. Domenica scorsa la giornata era tipicamente invernale (nebbia, vento e freddo) ma era proprio lo scenario adatto per questa indimenticabile esperienza tra luoghi a me cari e familiari. Rimando ai prossimi articoli, la descrizione delle importanti bellezze naturalistiche di questo nucleo di Abete bianco lucano (il più importante dopo il Pollino), questa volta Vi racconterò della meraviglia provata a camminare tra la neve soffice che cadeva mentre procedevamo, circondati da un paesaggio di rara bellezza e che toglieva il fiato: abeti bianchi piegati dalla neve e vestiti di bianco, dai piccoli esemplari quasi spariti tra la coltre bianca ai più grandi e scuri colossi secolari. Ma anche i cerri, i faggi, gli aceri e gli agrifogli e tutti gli altri alberi ed arbusti, avevano un vestito nuovo che in Inverno non avevo potuto apprezzare in precedenza; che piacere è stato camminare nel silenzio ovattato del bosco, con la neve che cadeva leggera ed il vento che ti colpiva….scoprire un grande faggio schiantato dalle bufere, accarezzare la corteccia di un grande abete, meravigliarsi per il grande cerro, padre del bosco, sostare ad ammirare una fonte ricoperta dalla neve e dal ghiaccio, divertirsi ad attraversare un ruscello, sprofondare nelle neve farinosa o ammirare la Cincia bigia  tra i cerri o o ascoltare quella mora tra gli abeti…fermarsi a controllare le orme sulla neve fresca per scoprire quale animale fosse. In tutto questo siamo stati favoriti dai lunghi tratti pianeggianti o con lieve pendenza ci hanno permesso di fermarci ad ammirare il bosco e scoprire ad esempio gli alberi che riportano i buchi dei picchi o quelli il cui tronco viene visitato dal Picchio muratore o dal Rampichino comune, alla perenne ricerca di cibo. Ma questo  breve racconto è solo una piccola parte di quanto ho provato l’altro giorno, certe emozioni bisogna viverle di persona…. La prima volta all’Abetina con la neve, così io la chiamo affettuosamente, chi la dimenticherà mai?

 

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Qui la mappa su Google Earth:

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percorso-abetina
feb 02

La Murgia Materana: tra valloni ed altipiani.

Una lunga ma piacevole escursione (18 km quasi senza accorgersene…) tra valloni ricoperti da una intricata vegetazione mediterranea e vasti altipiani segnati geometricamente da una fitta rete di muretti a secco, mandorleti, pascoli e seminativi, ma anche da superstiti fragni e da numerose strutture testimonianze della civiltà pastorale, iazzi in particolare: di Tempa Rossa, di Zagarella e quello del Comune. Ma anche cisterne per la raccolta dell’acqua ancora utilizzate per l’abbeveraggio delle mucche podoliche che frequentano la Murgia nel Periodo invernale e primaverile. Durante il percorso abbiamo osservato più volte i segni della presenza di cinghiali e quelli più discreti dell’Istrice, il più prezioso ed elusivo mammifero della Murgia materana. Non potevano mancare le osservazioni dei rapaci: una femmina di Albanella reale che sorvolava a bassa quota i vasti spazi delimitati dai muretti a secco ed un Nibbio reale, forse un esemplare svernante, che si è messo all’inseguimento di un Corvo imperiale a cui probabilmente voleva contendere una fonte alimentare. Infine ai margini del Bosco del Comune, l’antico bosco dove si esercitavano gli usi civici della Città di Matera, ho finalmente “scoperto” il cosiddetto “Lago Rosso” una piccola pozza situta in una radura e così chiamata per la colorazione rossastra che assume a causa della presenza di minerali ferrosi trasportati dai vicini rilievi calcarei. Le prime timide fioriture, il Mar Ionio che scintillava lontano sullo sfondo e l’indimenticabile e sempre suggestivo panorama dagli strapiombi rocciosi di Tempa Rossa e della sottostante Gravina di Matera, queste le senzazioni e le emozioni più belle che solo la Murgia Materana riesce a regalare.

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luce
dic 31

Il Picchio muraiolo delle Dolomiti lucane.

Il comprensorio delle Piccole Dolomiti lucane, un’aspra ed accidentata catena di arenarie, rappresenta l’habitat ideale per diverse specie di uccelli legati alle pareti rocciose ed alle zone rupestri in generale. E’ difatti davvero interessante  l’avifauna che qui trova gli ambienti adatti per riprodursi, svernare o che frequenta la zona lungo le rotte migratorie: la grande e bellissima Cicogna nera  che nidifica sulle pareti verticali, la rara Rondine montana, anch’essa nidificante, il Passero solitario, che fa capolino tra gli spuntoni rocciosi, il Codirosso spazzacamino nidificante e presente tutto l’anno, il rarissimo Sordone,  ma anche il poco comune Zigolo muciatto o il Codirossone, la cui presenza è stata accertata nella scorsa Primavera durante un’escursione. Non parliamo, poi, dei rapaci, in particolare del Falco pellegrino che sfrutta le pareti rocciose per avventarsi sulle prede da catturare o l’elegante Nibbio reale che a volte utilizza le balze rocciose per controllare il proprio territorio di caccia. Ma sicuramente una delle presenze più interessanti è quella del Picchio muraiolo, scoperto solo pochi anni fa’ da alcuni naturalisti locali, quest’uccello appartenente alla famiglia dei Tichodromadidae, è senza dubbio una presenza inaspettata, in quanto raro in tutto il Sud Italia. Le rupi delle Piccole Dolomiti lucane rappresentano l’area di svernamento di questa piccola specie (le dimensioni sono comprese tra 15 e 17 cm.), infatti questo uccello, più che lunghe migrazioni dai siti di nidificazione (alte montagne con imponenti pareti rocciose) predilige brevi spostamenti di corto raggio o movimenti verticali verso ambienti adatti e meno freddi, nei quali ci sia disponibilità di cibo (in particolare piccoli ragni) che cattura grazie al becco lungo e ricurvo ed alla sua capacità di spostarsi lungo le pareti rocciose tramite le zampe robuste e dotate di lunghe dita. La colorazione, in particolare quella invernale, è particolarmente mimetica riuscendo a confondersi facilmente con il colore delle pareti per sfuggire così agli uccelli predatori, salvo quando apre  e richiude  le ali corte e larghe, mostrando in tal modo la vivace colorazione nera e rossa e con piccole macchie, tipico segnale territoriale e di comunicazione all’interno della stessa specie. Durante l’Inverno la sua presenza nei pressi dei centri abitati di Castelmezzano e Pietrapertosa, rappresenta sicuramente un motivo in più per visitare, con il dovuto rispetto, quest’area del parco. Sarebbe inoltre importante approfondire le conoscenze riguardo la provenienza dei picchi muraioli delle Piccole Dolomiti lucane, per dare maggiore significato alla loro presenza e capirne gli spostamenti, dato che al momento non esistono studi o ricerche mirate.

 

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