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apr 10

Il Capriolo autoctono

Il capriolo autoctono del Pollino, confinato in poche decine di esemplari nel versante calabrese (monti d’Orsomarso) è tornato a vivere anche sul versante lucano del massiccio montuoso. La foto dell’amico Alfredo Sabino del 9 Aprile 2011 ne è l’inequivocabile testimonianza. Dopo anni in cui si vociferava della sua presenza anche sul Pollino lucano (avvistamenti mai confermati, tracce e segnalazioni di pastori) c’è la prova che questo bellissimo cervide (il più piccolo della sua famiglia) frequenta nuovamente  i boschi ed i pascoli del cuore del parco nazionale. Vecchie testimonianze, le ultime della sua presenza sul Pollino, lo davano nei dintorni della Falconara ma anche nel vicino monte La Spina ed i tentativi di reintroduzione in altre località della regione, erano fallite miseramente (parco della val d’Agri negli anni ’80). Eppure i tantissimi toponimi ne attestano la passata presenza (Serra del Caprio, Piano Capriolo, Pian di Caprio, solo per citarne alcuni) e solo la distruzione degli ambienti naturali, ma soprattutto, la caccia spietata, hanno portato all’estinzione di questa razza meridionale di capriolo, importantissima perché geneticamente ed anche morfologicamente ben differenziata dagli altri ceppi del nord Italia, in cui sono presenti esemplari di provenienza anche estera. Già durante un’escursione nel parco di Gallipoli-Cognato, avevo avuto la possibilità di rinvenire gli escrementi di questo piccolo cervide, comune in ambienti ecotonali, cioè di transizione tra il bosco ed i pascoli, ma anche dei campi coltivati della cui vicinanza a volte beneficia. Questo timido cervide, tipico di zone di media montagna ma anche di pianura, ha bisogno di aree semiaperte, tipicamente coperte da arbusti e piccoli alberi dei quali si ciba (gemme apicali e foglie in particolare) distinguendosi in questo dagli altri cervidi. La ricolonizzazione spontanea del capriolo è un fatto importante, perché avvenuta senza l’ausilio di interventi e progetti che pure in regione si sono fatti (Bosco Pantano di Policoro e foreste demaniali regionali come a Gallipoli-Cognato) anche se avvenuti con metodo scientifico e con esemplari prelevati dagli altri ceppi autoctoni (tenuta di Castelporziano). Oltre al Pollino, in Italia meridionale è presente l’altro nucleo del Gargano, anch’esso minacciato e sull’orlo dell’estinzione.

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feb 10

Ciaspolare nei parchi lucani.

Tra Gennaio e Febbraio due belle escursioni sulla neve, una nel parco nazionale dell’Appennino Lucano (dalla Piana del Lago  al Monte Lama ed al Bosco Orticelli) la seconda nel parco nazionale del Pollino (Monte Caramola e Bosco Rubbio) entrambe le uscite si sono svolte in posti meravigliosi  ma con condizioni meteorologiche diametralmente  opposte,  neve e nebbia nel primo caso, bellissima giornata di sole, nel secondo. Le ciaspole, dette anche racchette da neve, hanno sempre più successo tra gli appassionati di escursionismo, ma almeno per quanto mi riguarda non le considero una moda, ma un modo semplice e bello per affrontare con sicurezza strade forestali e sentieri non troppo difficili e ripercorrere in tal modo gli stessi itinerari delle altre stagioni, ma circondati dalla magia di boschi e prati coperti da neve, ruscelli e laghetti ghiacciati e quel senso di “calore” ovattato che soprattutto la neve fresca sa regalarti. Se la Primavera è la stagione vitale per eccellenza, in cui la Natura risvegliandosi regala il meglio di se, anche l’Inverno, se ben affrontato, può mostrare il suo lato migliore e non deludere l’escursionista ed il naturalista più preparato: le  caratteristiche orme della lepre, quelle del lupo che magari cercava di catturarne qualcuna, ma anche le orme dei cinghiali, sempre più diffusi e visibili in quasi ogni escursione. I boschi, poi, nonostante la stagione, ospitano i più fedeli abitanti di faggete ed abetine, come ho avuto modo di verificare in queste due ultime uscite dove ho riscontrato la presenza del raro, per la Basilicata, rampichino alpestre, molto simile al rampichino comune, ma più legato a faggete di quota (è considerato un relitto glaciale)  e che ho rintracciato in altri due nuovi siti per la Basilicata, il Monte Alpi e le faggete del Caramola, entrambe poste nel parco nazionale del Pollino. Le due specie, quasi gemelle, si distinguono per sottili differenze nel piumaggio e nel becco (più corto e meno arcuato nell’alpestre) ma soprattutto per il canto, ben differenziato. Vederlo salire lungo i tronchi dei faggi con un movimento a spirale e lanciare il suo acuto verso (io lo traduco in un “SRI”) è stato molto bello e mi ha permesso di memorizzare, dal vivo, il suono di questa interessantissima specie, simbolo dei nostri boschi più importanti, che vanno difesi dalla politica ormai dilagante e che mette sempre più in secondo piano i valori naturalistici del verde lucano. Alcune foto delle due escursioni e la registrazione, molto breve, del rampichino alpestre nelle faggete del Monte Lama (Parco Nazionale dell’Appennino Lucano) fanno da corredo a questo breve resoconto. In Primavera spero di ascoltare  e registrare il canto del rampichino alpestre e di congliere altre belle immagini ed osservazioni del suo comportamento e perchè no, scoprire altri siti dove sicuramente questa bella specie vive. C’è anche la bella cincia mora registrata nelle faggete del Caramola. Il suo canto è sempre bello.

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Cincia mora Monte Caramola

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Rampichino alpestre Monte Lama

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dic 26

Melanargia arge.

Questa bella e rara farfalla diurna è un endemismo dell’Italia centro-meridionale, in particolare del versante tirrenico e delle zone interne, meno frequente sul quello adriatico, è presente in Puglia dal Gargano alla penisola salentina. La sua distribuzione in Basilicata comprende il Pollino e la Murgia materana dove è presente in aree sub-steppiche con vegetazione scarsa o con alberi ed arbusti sparsi. La colorazione bianca, maggiore che in qualsiasi altro ninfalide (la famiglia di appartenenza di questo lepidottero) costituiscono un elemento che ne permette il riconoscimento, inoltre sulle ali anteriori è presente un ocello di colore azzurro cerchiato di nero (gli ocelli sono i i disegni circolari presenti sulle ali). La specie è protetta dalla Direttiva europea Habitat ed è minacciata dalle modificazioni degli ambienti naturali come gli incendi ed il pascolo eccessivo, vive tra il livello del mare ed i 1.500 mt.s.l.m.  Il periodo di sfarfallamento è compreso tra Maggio e Giugno. Il prossimo anno cercherò di coglierla ancor meglio mentre si posa su qualche fiore di composite (la foto risale all’anno 2007) visto  che  quest’immagine l’ho ritrovata quasi casualmente nel mio archivio di foto. Ricordiamo l’etimologia del termine lepidottero dal greco Lepidos=scaglia-squama, perchè le ali delle farfalle sono ricoperte da minuscole squame ovali le une sulle altre, proprio come le tegole delle case. La Melanargia arge, un bellissimo ornamento della Murgia!

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dic 19

Ornitologia tricaricese.

Sulla rivista di ornitologia “Alula” è stato pubblicato un articolo che riassume uno studio che ha riguardato due biotopi forestali del territorio tricaricese: la Foresta Demaniale Regionale “Mantenera-Malcanale” e il Bosco comunale di “Fonti”. Leggendo le pur brevi risultanze dei naturalisti Fulco&Palumbo, si intuisce l’importanza dei territori studiati e si spera che questa ed altre iniziative, possano davvero far capire quanto di bello può regalarci il territorio di Tricarico, e che finalmente si possa avviare un processo di tutela che non sia solo di facciata. Proteggere il Picchio rosso mezzano e la Balia dal collare, significa proteggere gli habitats in cui questi rari uccelli vivono; davvero notevole, d’altro canto, la scoperta della Bigia grossa, ai margini della foresta Mantenera-Malcanale, un silvide poco comune in Basilicata.

Per scaricare il documento, clicca qui:

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dic 08

Anello di Costa La Rossa

Il mese di Novembre si è concluso con una breve, ma intensa escursione, tra la Valle della Rossa ed il bellissimo crinale di Costa La Rossa, posto al confine tra questa incantevole vallata e la foresta di Gallipoli-Cognato. Un itinerario lungo poco più di 6 Km per suggellare un autunno ricco di escursioni e di nuove località da me visitate grazie al silenzio dei  propri passi  ed alla compagnia e collaborazione di amici vecchi e nuovi. La partenza dell’escursione è stata nei pressi delle masserie Cavuoti e Garaguso in territorio di Pietrapertosa (PZ), ed oltrepassate le due costruzioni (in verità un gruppo di case), abbiamo seguito un vecchio sentiero che corre alla base della parete rocciosa, dove ogni tanto spuntano vecchi terrazzamenti testimoni di un’antica e continua frequentazione e campi coltivati che si alternano a boschi di querce, con i lecci che si abbarbicano alle rocce di colore rossastro (da cui il nome “La Rossa”) per la presenza di minerali ferrosi nelle arenarie che costituiscono l’ossatura di questa catena montuosa. Il percorso, in continua discesa, ci ha portato ad un antico agglomerato di case (un vero e proprio borgo) chiamato Masseria Quarratelli, dove una volta una ventina di famiglie coltivava la terra ed allevava gli animali; tutt’oggi alcun famiglie vi abitano, e visitando la borgata, abbiamo avuto la possibilità di apprezzarne la sincera e generosa ospitalità. Ripartiti, abbiamo preso il sentiero, bellissimo, che tra fantastiche formazioni di roccia, sale gradualmente verso il crinale, tra lecci, querce, eriche arboree e radure ricoperte dalle felci aquiline dove pascolano le mucche podoliche. Raggiunto il punto più alto, abbiamo lasciato il sentiero, per inerpicarci lungo il crinale; in questo primo tratto il piano di calpestio è invaso da arbusti e roccette che rendono poco agevole il cammino, ma per fortuna salendo di quota è iniziata ad apparire una traccia sempre più evidente che ci ha permesso di seguire il crinale  più comodamente e di godere del bellissimo panorama verso le Dolomiti Lucane ed il Monte Croccia. Lungo il percorso, ogni tanto apparivano arbusti di corbezzolo dai colorati frutti, che assieme alle bianche fioriture ed alle foglie di un verde chiaro, formano un perfetto tricolore, mentre salendo di quota alla macchia mediterranea si è sostituito il querceto con cerri e bellissime e vetuste roveri, alcune morte o ridotte in suggestive ceppaie arse dai fulmini o dai pastori, ma anche aceri ed un magnifico leccio secolare. Tra le rocce e gli anfratti della Costa La Rossa l’occasione è stata propizia per scoprire una nuova stazione del raro e sempre grazioso Garofano del Vulture (grazie a Mirella) e raggiunto il valico di Costa La Rossa, abbiamo seguito l’ampia mulattiera che in discesa ci ha riportati verso le masserie. Che bella giornata!

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