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Categoria ‘Articoli Natura’

mar 17

Il Rampichino dell’Abetina.

Una spendida giornata, non c’è che dire. Una leggera nevicata aveva imbiancato la magica Abetina di Laurenzana, ma il sole , nonostante il freddo intenso, faceva capolino tra i cerri, i faggi e gli abeti di questa magica località che tanto amo. Arrivati nei pressi di un maestoso cerro marcescente, ho prima sentito, poi visto, una coppia di rampichini comuni (Certhia brachydactyla) che si aggirava tra i rami ed il tronco del patriarca vecchio di secoli. Si trattava con molta probabilità di una coppia nidificante, che ha saggiamente sfruttato gli anfratti, i buchi, la corteccia sollevata dal tronco, in definitiva tutte le possibilità che solo questo tipo di piante possono dare agli uccelli che necessitano di cavità per nidificare. Il Rampichino comune in Basilicata frequenta in particolare i boschi di querce, lasciando il posto al quasi identico Rampichino alpestre (Certhia familiaris) solo nelle faggete più mature e nelle abetine del Pollino; le due specie, quasi gemelle visivamente, sono infatti distinguibili solo per il canto, abbastanza differente. Caratteristica comune ai due rampichini, è comunque quella di frequentare alberi dalla corteccia rugosa (querce, olmi, vecchi faggi ed abeti) e di nidificare tra le fessure delle cortecce quando queste si distaccano dal tronco. Si arrampicano sugli alberi con un tipico movimento a spirale, ed una volta in cima, si spostano su di un’altra pianta oppure ritornano alla base dello stesso albero per ricominciare l’esplorazione alla ricerca degli insetti di cui si nutrono (infatti la conformazione delle zampe non permette al rampichino  di scendere a testa in giù come altre specie).  Che fortuna è stata poterlo osservare per così tanto tempo mentre con la sua livrea mimetica si arrampicava sul grande albero, indimenticabile!

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Trova il Rampichino....
Rampichino comune
Rampichino comune
Grande Cerro secolare
Rampichino comune
Rampichino comune
Rampichino comune
Rampichino comune
Rampichino comune
Rampichino comune
mar 01

Il Picchio rosso mezzano.

Tra le specie dell’avifauna presenti in Basilicata, il Picchio rosso mezzano ha sicuramente un posto di primo piano per la rarità e l’importanza che tale picide riviste all’interno di questa pur interessante famiglia di uccelli. Presente dal Vulture fino al Pollino, il Picchio rosso mezzano (Dendrocopos medius) è diffuso in diverse foreste lucane, in prevalenza boschi di Cerro, ma anche cerrete miste a Faggio ed Abete bianco (Pollino e Laurenzana). Denominatore comune di queste aree boschive è comunque una struttura forestale che conservi una certa naturalità, con la presenza di piante secolari o sufficientemente mature sulle quali questo picide può trovare il necessario nutrimento durante tutto l’anno. Fattore importante è  anche la presenza di piante marcescenti o secche nelle quali questo bellissimo e timido picchio può scavare i fori di nidificazione (uno per ogni anno a volte utilizzando la stessa pianta) visto che non è dotato di un becco particolarmente forte per scavare su piante vive. Essenzialmente legata alle grandi estensioni di querce delle quali la Basilicata è ancora ricca e sulle quali riesce a trovare gli insetti di cui si nutre, il Picchio rosso mezzano può essere facilmente individuato nel periodo riproduttivo (di solito da Gennaio a Giugno) quando emette il caratteristico “canto” un tipico lamento che ad un orecchio poco esperto  può ricordare quello di un rapace (traducibile in un cuaeae). Altro verso caratteristico è il tipico e lento ghe-ghe-ghe emesso tutto l’anno ben diverso dalle vocalizzazioni di altri picchi.  Una singolare abitudine del Picchio rosso del mezzano, è la quasi totale mancanza del tambureggiamento come mezzo di delimitazione del territorio (diversamente dagli altri picchi rossi), inoltre il becco non particolarmente forte serve più per ricercare  gli insetti di cui si nutre sulle cortecce evitando quelli che invece vivono all’interno del legno (a tal proposito le piante devono avere cortecce rugose come ad esempio quelle delle querce più vetuste sulle quali spesso si posa orizzontalemnte assumendo atteggiamenti più da passeriformne che da picchio). Sebbene in apparenza simile al Picchio rosso maggiore, se ne distingue per alcune precise caratteristiche: innanzitutto dimensioni leggermente inferiori, vertice interamente rosso (nel maschio le piume del capo vengono spesso sollevate quando allarmato), guance tutte bianche con fascia auricolare incompleta, becco più corto e sottile, sottocoda rosa chiaro, spalline bianche più piccole e strette ed infine pancia e parti laterali striate. I sessi sono simili. In molte zone d’Italia è una specie rarissima o addirittura scomparsa a causa della distruzione degli ambienti naturali di cui questa specie ha bisogno per sopravvivere. Alcune popolazioni sopravvivono nell’Appennino centro-meridionale in particolare sul Gargano ed in Basilicata dove, almeno nelle foreste più naturali e meglio conservate non passa inosservato, anzi risulta più comune e diffuso di altri picidi. Il Picchio rosso mezzano, una preziosa testimonianza di foreste di altri tempi, sempre più rare ed introvabili, un motivo in più per difenderle. Il mio picchio preferito!

 

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Picchio rosso mezzano allarme Montepiano

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dic 31

Il Picchio muraiolo delle Dolomiti lucane.

Il comprensorio delle Piccole Dolomiti lucane, un’aspra ed accidentata catena di arenarie, rappresenta l’habitat ideale per diverse specie di uccelli legati alle pareti rocciose ed alle zone rupestri in generale. E’ difatti davvero interessante  l’avifauna che qui trova gli ambienti adatti per riprodursi, svernare o che frequenta la zona lungo le rotte migratorie: la grande e bellissima Cicogna nera  che nidifica sulle pareti verticali, la rara Rondine montana, anch’essa nidificante, il Passero solitario, che fa capolino tra gli spuntoni rocciosi, il Codirosso spazzacamino nidificante e presente tutto l’anno, il rarissimo Sordone,  ma anche il poco comune Zigolo muciatto o il Codirossone, la cui presenza è stata accertata nella scorsa Primavera durante un’escursione. Non parliamo, poi, dei rapaci, in particolare del Falco pellegrino che sfrutta le pareti rocciose per avventarsi sulle prede da catturare o l’elegante Nibbio reale che a volte utilizza le balze rocciose per controllare il proprio territorio di caccia. Ma sicuramente una delle presenze più interessanti è quella del Picchio muraiolo, scoperto solo pochi anni fa’ da alcuni naturalisti locali, quest’uccello appartenente alla famiglia dei Tichodromadidae, è senza dubbio una presenza inaspettata, in quanto raro in tutto il Sud Italia. Le rupi delle Piccole Dolomiti lucane rappresentano l’area di svernamento di questa piccola specie (le dimensioni sono comprese tra 15 e 17 cm.), infatti questo uccello, più che lunghe migrazioni dai siti di nidificazione (alte montagne con imponenti pareti rocciose) predilige brevi spostamenti di corto raggio o movimenti verticali verso ambienti adatti e meno freddi, nei quali ci sia disponibilità di cibo (in particolare piccoli ragni) che cattura grazie al becco lungo e ricurvo ed alla sua capacità di spostarsi lungo le pareti rocciose tramite le zampe robuste e dotate di lunghe dita. La colorazione, in particolare quella invernale, è particolarmente mimetica riuscendo a confondersi facilmente con il colore delle pareti per sfuggire così agli uccelli predatori, salvo quando apre  e richiude  le ali corte e larghe, mostrando in tal modo la vivace colorazione nera e rossa e con piccole macchie, tipico segnale territoriale e di comunicazione all’interno della stessa specie. Durante l’Inverno la sua presenza nei pressi dei centri abitati di Castelmezzano e Pietrapertosa, rappresenta sicuramente un motivo in più per visitare, con il dovuto rispetto, quest’area del parco. Sarebbe inoltre importante approfondire le conoscenze riguardo la provenienza dei picchi muraioli delle Piccole Dolomiti lucane, per dare maggiore significato alla loro presenza e capirne gli spostamenti, dato che al momento non esistono studi o ricerche mirate.

 

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nov 14

Migratori: la Passera scopaiola.

Con l’arriva dell’Autunno giungono in Basilicata alcuni uccelli migratori tipici di altre regioni e che trascorrono la stagione fredde in aree climaticamente più adatte e con sufficiente disponibilità di cibo. Una di queste è la Passera scopaiola, un piccolo e delicato passeriforme dal caratteristico colore nocciola screziato e da una zona grigio-celeste sul capo. Il becco è sottile mentre la coda viene spesso tenuta leggermente sollevata. Caratteristico è il verso di contatto emesso dalla folta vegetazione in cui si nasconde a causa del suo carattere particolarmente schivo. In Basilicata non è indicata come specie nidificante, sull’Appennino meridionale è infatti segnalata in Campania e sulla Sila, ma questo potrebbe dipendere più che altro da mancanza di indagini specifiche, come spesso avviene per la nostra regione. Durante lo svernamento è possibile avvistarla dal livello del mare fino alla bassa montagna, con predilezione per le aree cespugliate e fresche nelle quali forma piccole famigliole. La Passera scopaiola (Prunella modularis) ha un curioso comportamento sessuale, durante la stagione degli amori, con il becco il maschio stimola la femmina ad espellere l’eventuale sperma di altri esemplari, per garantirsi in tal modo il proprio successo riproduttivo. Assieme al Sordone forma la famiglia dei prunellidi. La foto è stata scattata sulla Murgia materana.

 

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nov 06

Itinerari: da Valmiletta a Montepiano.

Tra i tanti itinerari possibili nel Parco regionale di Gallipoli-Cognato e Piccole Dolomiti lucane, ce ne sono alcuni poco conosciuti rispetto a quelli più famosi o battuti. Uno di questi è il percorso che da Valmiletta, un grazioso borgo rurale di Accettura, sale verso il Bosco di Montepiano, una delle cerrete più belle della Basilicata che si estende tra i 700 ed i 1.200 mt. tra i comuni di Pietrapertosa, Accettura e Cirigliano. Tanti sono i motivi d’interesse, innanzitutto il borgo di Valmiletta, un suggestivo gruppo di antiche case in pietra (risale al XVIII secolo) costruito come base per le attività agricole, ma soprattutto per l’allevamento ovi-caprino, una volta molto importante per l’economia locale. Il sentiero che collega l’abitato a Montepiano, ricalca un’antica via pastorale utilizzata per salire in montagna e raggiungere la foresta e l’altipiano dove si trova il bosco omonimo. Lungo il percoso si costeggiano seminativi, pascoli cespugliati, antichi casolari e radi boschi di cerro, in particolare un tratto è delimitato da muretti a secco ed arbusti spinosi, forse un modo per rendere il passaggio obbligato per le greggi. Salendo si incontra la caratteristica Pietra Garresa, una bella formazione di roccia arenacea, suggestivo balcone verso l’alta valle della Salandrella, Gallipoli-Cognato ed Accettura. Giunti nel bosco vero e proprio, una rete di antichi sentieri e più recenti strade forestali, permette di visitare la splendida cerrete colonnare con alberi alti fino a 30 metri, arricchita dalla presenza del raro Tiglio cordato, di fitti arbusti di Agrifoglio, ma anche della bellissima Rovere meridionale e carpini bianchi. Nei siti più freschi vegetano l’Ontano napoletano e l’endemico e bellissimo Acero di Lobel. Tra le piante erbacee, il Bosco di Montepiano è una delle poche stazioni dell’endemica Knautia lucana. Ricca è l’avifauna, in particolare quella legata al bosco: tra i picchi il raro Picchio rosso mezzano ed il minuscolo Picchio rosso minore. Tra i passeriformi, invece, la presenza di alberi ricchi di cavità naturali, permette la nidificazione della rara Balia dal Collare. Ma l’importanza del sito va anche oltre quella prettamente naturalistica, basti pensare al significato che il bosco ha rappresentato e rappresenta, per la celebrazione dei riti arborei che si svolgono a Pietrapertosa e Accettura. Di notevole importanza storica è anche il Tratturo di Montepiano, una delle tante testimonianze legate alla transumanza ed all’allevamento bovino assieme all’antico casone dove una volta si trasformavano i prodotti delle mucche podoliche. Ancora visibile al limite del bosco, l’antica Neviera di Montepiano, un profondo fossato dove una volta si conservava la neve. Montepiano, come altre foreste lucane, è stato luogo di rifugio per le bande di briganti che dopo l’Unità d’Italia scorrazzavano per la Lucania.

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valmiletta
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